Articolo di M. Dal Mas: “Lo stato potrebbe incidere normativamente al fine di evitare il fallimento di un’azienda?”

Posted by on Set 10, 2018

Il presente articolo vuole suggerire una proposta di Legge che possa intervenire nel nostro contesto economico per cercare di arginare i fallimenti causati dal così detto “effetto domino” che è stato, senza dubbio, una delle principali cause dei dissesti finanziari registrati negli ultimi anni.

Partiamo dall’inizio e cerchiamo di capire che cosa si intende per “effetto domino”.

La spiegazione è semplice: per uno svariato motivo (ad esempio di natura gestionale, a causa di disaccordi fra i soci ovvero a causa del passaggio generazionale) una società inizia ad avere crisi di liquidità e, di conseguenza, inizia a non pagare i propri fornitori, gravando questi ultimi del proprio dissesto economico. A loro volta, i primi fornitori/creditori, vedendo tornare insolute le proprie ricevute bancarie attive o aspettando invano bonifici bancari, si trovano costretti a non pagare i propri fornitori, iniziando così un effetto di “spostamento della crisi finanziaria” a cascata che coinvolge a macchia d’olio un numero sempre maggiore di aziende.

A poco torna utile la macchina della Giustizia che permette, dopo un tempo biblico e per di più con l’aggiunta di una serie di costi per professionisti e spese processuali, di arrivare al pieno accoglimento delle istanze del creditore  il quale, tuttavia, si trova ad aver vinto sì … ma la battaglia di Pirro (! )

Infatti, il creditore, nonostante abbia provato l’esistenza del credito e la sua esigibilità, si ritrova ad essere titolare di un titolo esecutivo inutilizzabile stante l’assenza di beni aggredibili in capo al debitore esecutato.

Inizia così per il debitore principale un cupo periodo, che in genere dura qualche anno, caratterizzato da una lunga e lenta agonia, fatta spesso di stratagemmi volti a ritardare l’inevitabile, ovvero, il fallimento e , trascinando purtroppo con sé (quasi inevitabilmente), come in un vortice senza fine, anche i propri fornitori, coinvolti, appunto, nella crisi dal su citato  effetto domino.

È palese che se ci fosse qualche soggetto giuridico in grado di acquisire il credito iniziale, magari anche in misura ridotta (si ipotizzi al 70/80 per cento) rispetto al suo valore nominale, ci ritroveremmo con un fornitore che, seppur abbia di fatto assorbito un minor incasso – più o meno simile al suo margine di guadagno-, avrebbe ridotto al minimo la perdita effettiva permettendo così di interrompere il famigerato effetto domino.

Dove trovare questo soggetto giuridico? La risposta è, in realtà, più facile di quanto si pensi, basta fare qualche ulteriore approfondimento dello scenario, ben s’intenda, a determinate condizioni che ora spiegheremo.

Quasi tutte le aziende in difficoltà (non per motivi finanziari ma economici) non sono in grado di generare un valore aggiunto ma anzi lo assorbono, andando in perdita ancor prima di considerare i costi dei dipendenti. Da un punto di vista fiscale ciò significa che la società sarà a credito d’IVA perché questa imposta, per la sua naturale determinazione, colpisce solo e proprio il valore aggiunto prodotto dalla società. Quando non vi è valore aggiunto non vi è debito d’IVA da versare ma, al contrario, credito d’IVA da ricevere dallo Stato.

Al credito IVA si aggiungono, spesso, altri crediti per imposte (IRES o IRAP) versati in base ad acconti riferiti ad anni precedenti.

Tutti questi crediti erariali rappresentano, simmetricamente, un debito per lo Stato che, come sappiamo, è imparziale e, quindi, immancabilmente deve rimborsare questo importo (e, come spesso succede, la corresponsione avviene nelle mani del curatore fallimentare).

Immaginiamo ora che lo Stato oltre che a creare l’Agenzia delle Entrate, l’Agenzia delle Riscossioni, ecc., crei l’Agenzia delle Compensazioni (in borsa, anni fa esisteva la stanza delle compensazioni).

Il cupo scenario prefallimentare prima descritto, potrebbe cominciare a rischiararsi: siamo nel momento in cui il povero creditore ha dimostrato vincendo la causa civilistica che il suo credito è certo, liquido ed esigibile ma, nonostante ciò non riesce a recuperare il proprio credito ed anzi, si trova gravato delle spese di giustizia sostenute per far valere le proprie ragioni creditorie.

In questo scenario futuristico (ma non impossibile da realizzare) il creditore potrebbe attivare una procedura, chiedendo all’Agenzia di compensare il proprio credito con il debito che lo Stato ha nei confronti del debitore principale.

Dopo una verifica da parte dell’Agenzia delle Compensazioni dell’effettiva esistenza del credito IVA aziendale (ovvero debito dello Stato) nonché della preventiva compensazione con altre posizione erariali, il richiedente otterrebbe così un credito d’imposta immediatamente spendibile, pari al 70/80 per cento del proprio credito.

Facciamo un semplice esempio riassuntivo:

Tizio deve a Caio € 10.000 e, d’altro lato, vanta € 30.000 di credito d’IVA nei confronti dello Stato.

Caio dopo aver dimostrato giudizialmentel’esistenza ed esigibilità del proprio credito, attiva la procedura di compensazione, di fatto cedendo il proprio credito verso Tizio all’Agenzia delle Compensazioni, la quale, verificata la correttezza del credito IVA di Tizio e verificato che non vi siano altri debiti erariali / contributivi da versare, compra il credito di Caio verso Tizio pagandolo al 70/80 per cento del suo valore nominale, attraverso la concessione di un credito d’imposta.

Tizio, ricevuto la comunicazione dall’Agenzia delle Compensazioni, dovrà semplicemente registrare la compensazione avvenuta tra il suo credito IVA ed il debito verso Caio per pari importo.

Alcune ulteriori considerazioni in merito:

  • va da sé che, molto probabilmente, il debitore cercherà in tutti i modi di trovare un accordo con il creditore al fine di evitare che l’attivazione di questa procedura determini un accertamento nella sua società per verificare l’esistenza del credito IVA, e già questo può rappresentare una buona spinta a sanare i debiti;
  • una volta attivata la procedura, il debitore (Tizio) dovrà “congelare” il proprio credito IVA;
  • occorrerà, al fine di evitare comportamenti elusivi, che il creditore (Caio) dimostri all’Agenzia, per poter attivare la procedura, di aver regolarmente versato l’IVA e le imposte dirette sul credito inesigibile;
  • occorrerà mettere delle soglie minime per poter attivare tale procedura, al fine di evitare attività antieconomiche.

Lo Stato, istituendo questa nuova Agenzia:

  • interromperebbe un circuito vizioso evitando una serie di fallimenti;
  • inserirebbe, di fatto, liquidità nel sistema (ed abbiamo visto con la BCE che cosa significa) premiando i contribuenti sani e virtuosi (se sono interessati al credito d’imposta è perché producono valore aggiunto ed utili e, quindi, hanno imposte da versare);
  • creerebbe una Agenzia che si auto finanzia (con la differenza fra il valore del credito d’imposta concesso al richiedente ed il valore nominale del debito acquistato);
  • creerebbe un istituto le cui potenzialità diventerebbero ancora maggiori con l’entrata in vigore a regime della normativa sulla “fattura elettronica“.

Naturalmente questa è una semplice idea che andrà ulteriormente approfondita e verificata nella casistica reale, e che non ha la pretesa di risolvere tutti i problemi legati all’incasso dei crediti inesigibili, ma può rappresentare uno strumento in più, a favore dell’imprenditore virtuoso, per riscuotere i propri crediti ed evitare di entrare nel vortice dell’effetto domino.

di M. Dal Mas